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Martedì, 05 Mag 2026

L’ambasciatore Luca Attanasio ucciso in Congo, insieme al carabiniere di scorta Vittorio Iacovacci e all’autista congolese Mustafà Milambo, era una gran brava persona. Un diplomatico impegnato sul fronte della cooperazione umanitaria, per aiutare la popolazione congolese in un paese dove la violenza, le bande armate e la guerra regnano sovrane.

Stamane, alla Camera i rappresentanti dei vari gruppi politici hanno espresso il loro cordoglio per il barbaro assassinio dopo che sull’accaduto aveva riferito il ministro degli Esteri Di Maio.

Discorsi complessivamente non all’altezza della situazione – assai deludente quello scialbo del dem Fassino – e dei problemi drammatici in cui è immerso quel grande continente alle porte di casa dell’Europa. Discorsi venati da una retorica fuori luogo se non accompagnati dalla denuncia forte non solo dei mali che affliggono l’Africa ma delle loro cause: neocolonialismo e azione predatoria delle grandi multinazionali. Il Congo è, nella fattispecie, un luogo sommamente privilegiato per questi signori.

In Africa, attualmente sono in corso guerre in 31 stati su 54 e vi agiscono 279 tra milizie-guerrigliere, gruppi terroristi, separatisti, anarchici e integralisti islamici. Non sono conflitti che cadono dal cielo, sono il lascito del vecchio colonialismo da una parte e, dall’altra, dell’interventismo geopolitico di vecchie e nuove potenze coloniali (Cina) e delle grandi multinazionali interessate a sfruttare le ricchezze di quel continente.

Nel Congo ex belga ci sono: legno, rame, cobalto (indispensabile per le batterie dei nostri smartphone e delle nostre auto), coltan, diamanti, oro, zinco, uranio, stagno, argento, carbone, manganese, tugsteno, cadmio, petrolio.

Materie prime che fanno gola a mezzo modo e che rappresentano una “condanna a morte” per i 100 milioni di abitanti che campano con due dollari il giorno, mentre centinaia di migliaia di minatori sono schiavi salariati comprese decine di migliaia di bambini che, come scrive il giornalista Luca Attanasio, “Entrano [nei cunicoli] la mattina sperando di uscire la sera, una macabra danza propiziatoria sulle note del mercato globale, che porta nelle casse delle grandi multinazionali della filiera del cobalto fatturati sempre maggiori e ai minatori bambini due o tre dollari al giorno”.

Nel 2016, le entrate in royalties della Repubblica democratica del Congo solo per l’estrazione del cobalto assommavano a 88 milioni di dollari, a fronte di 2.600 delle grandi multinazionali.

Secondo le indagini di Amnesty International, la Huayou Cobalt cinese e la controllata CDM lavorano il cobalto prima di venderlo a tre produttori di componenti di batterie in Cina e Corea del Sud.

Questi a loro volta vendono ai produttori di batterie che riforniscono aziende tecnologiche e produttori di automobili, tra i quali Apple, Microsoft, Samsung, Sony, Daimler e Volkswagen.

E’ qui che la comunità internazionale deve mettere le mani, aiutando gli stati africani ad emanciparsi dal superfruttamento di uomini, donne e bambini e dalla rapina delle ricchezze dell’Africa da parte delle multinazionali. Se no si spargono lacrime di coccodrillo sulle vittime dirette e indirette di questa vergogna umana.

Nel 1960, il Congo conquistò l’indipendenza. Patrice Lumumba che ne era stato l’artefice principale aveva le idee chiare: “Il nocciolo del problema sta nel fatto che gli imperialisti vogliono adoperare le ricchezze del nostro paese e continuare a sfruttare il nostro popolo”.

Lumumba fu subito ucciso e sciolto nell’acido. Uno dei suoi nemici principali, Moise Ciombè, secessionista e padrone del Katanga, l’aveva fatto assassinare, complice Mobutu e i mandanti belgi. A comandare il plotone d’esecuzione furono militari belgi.

La storia del Congo con Lumumba avrebbe potuto essere diversa. Allora a menare le danze neocolonialiste, intrecciate alle logiche della guerra fredda, erano gli interessi dell’Union Minière che sosteneva la secessione di Ciombè.

Ricordo che divenuto Primo ministro del Congo, Ciombé venne a Roma in visita al Papa nel dicembre 1964. Fu accolto da manifestazioni di giovani comunisti, socialisti e radicali (anche un giovane Marco Pannella fu fermato dai questurini) che furono represse da squadre di poliziotti in borghese mischiate a gruppi neofascisti.

Quel giorno stesso, una giovane compagna, Laura Gonzalez, aveva tirato tre uova a Ciombè mentre entrava al ministero dell’Industria per rendere visita al ministro democristiano Medici. Purtroppo non lo colse.

La domenica successiva l’organo del Pci, l’Unità, pubblicò un fotomontaggio in cui il Ciombè veniva ritratto con le uova spiaccicate sul muso. Nella didascalia si diceva: “La foto più aderente allo spirito dell'avvenimento; la foto, insomma, che gli italiani avrebbero voluto veder pubblicata, come più sincera e sintetica espressione dei loro sentimenti verso il boia congolese”.

Da allora in Congo non è cambiato granché, perché a dominare sono sempre gli interessi neocoloniali e le grandi multinazionali.

Aldo Pirone
Coautore del libro "Roma '43-44. L'alba della Resistenza"
www.facebook.com/aldo.pirone.7

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