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Giovedì, 12 Mar 2026

Con la nota di aggiornamento al Def di ottobre 2018, il Governo prevedeva per il 2019 una crescita del Pil di 1,5%. Già allora l’Ufficio Parlamentare di Bilancio (Upb) aveva giudicato troppo ottimistiche le stime, soprattutto per la dinamica degli investimenti e per il deflatore. Poco dopo, il Fondo monetario internazionale (Fmi) aveva pronosticato 1,2%, mentre a novembre la Commissione europea si era fermata a 1% e l’Ocse indicava 0,9%.

Nell’ambito della trattativa con Bruxelles per l’approvazione della legge di bilancio, a dicembre il Governo ha rivisto il quadro programmatico attestandosi a 1%, per l’Upb è lo 0,8% (a causa degli investimenti in aumento di 1,8% anziché 2,4%).

Le ultime previsioni in ordine di tempo della Banca d’Italia e del World Economic Outlook del Fmi parlano di un ben più magro 0,6%, ma correndo dietro a tutte queste stime si rischia di non capirci più nulla.

In realtà, le previsioni statistiche, in ciò del tutto simili a quelle meteorologiche, scontano un grado di incertezza che aumenta con il crescere della turbolenza in atto e dell’orizzonte temporale al quale si riferiscono.

Basterebbe attendere il verificarsi degli eventi per non sbagliare, ma sappiamo che ciò non è possibile, perché è meglio intervenire in via preventiva per correggere la rotta e le politiche economiche necessitano di un tempo di realizzazione per dispiegare i loro effetti.

La costante di questi ultimi mesi è che ogni previsione peggiora la precedente. La ragione di quanto sta accadendo è che il ciclo economico è in fase di contrazione e il rallentamento si è accentuato nella seconda metà del 2018 e pare non essere ancora terminato.

Il Pil mondiale potrebbe aumentare del 3,5% nel 2019, due decimi in meno di quanto si pensava pochi mesi fa. I principali fattori di rischio sono, al momento, il possibile riacutizzarsi della guerra dei dazi tra Stati Uniti e Cina, nuove tensioni finanziarie nei paesi emergenti, l’esito incerto della trattativa sulla Brexit.

Per l’Italia, la cui crescita dipende fortemente dalle variabili esogene, bisogna aggiungere il rallentamento dell’economia tedesca che si ripercuote sulle imprese manifatturiere nostrane.

Le stime aggregate sono basate su modelli statistici che incorporano numerose variabili e relazioni tra di esse. La disponibilità di dati più aggiornati rende più attendibili le stime più recenti, al netto della bontà del modello utilizzato. Ecco perché, fino a quando non si arresterà la discesa, continueremo ad avere previsioni peggiori delle precedenti.

Sulla revisione al ribasso di Banca d’Italia pesa un ulteriore fattore tecnico, il cosiddetto trascinamento. Il Pil dell’ultimo trimestre 2018, la cui stima preliminare sarà resa nota dall’Istat a fine mese, secondo le informazioni più recenti dovrebbe far segnare una nuova caduta di 0,1-0,2 punti percentuali, facendo precipitare l’Italia nella recessione tecnica, ossia la diminuzione di due trimestri consecutivi.

Il Pil dell’ultimo trimestre, destagionalizzato e corretto per i giorni di calendario, sarà quindi inferiore di un decimo al valore medio dell’anno 2018. Ciò significa che il 2019 parte con l’handicap, dovendo recuperare questo scalino prima di iniziare a crescere, ammesso che la discesa sia terminata.

Cosa tutt’altro che scontata secondo Banca d’Italia, che segnala un rallentamento dei piani di investimento delle imprese per tutto il 2019 e non prevede un’accelerazione nei consumi delle famiglie, fermi a un modesto +0,6% come nel 2018, pur beneficiando delle misure di sostegno previste nella manovra di bilancio.

Partendo dal presupposto che, da parte di organismi nazionali ed internazionali, non esistono previsioni giuste o sbagliate, ma solo le migliori possibili sulla base delle informazioni disponibili, non resta che prendere atto che da alcuni mesi a questa parte l’economia mondiale sta rallentando e quella italiana, affetta da indiscutibili problemi strutturali, ancora di più.

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