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Mercoledì, 08 Lug 2026

La circolare n. 3 del 23 novembre scorso, emanata dal ministro della semplificazione e la pubblica amministrazione, avente ad oggetto “indirizzi operativi in materia di valorizzazione dell’esperienza professionale del personale con contratto di lavoro flessibile e superamento del precariato”, è stata presentata, e ripresa dai media, come lo strumento idoneo a garantire la creazione di 50 mila posti di lavoro a tempo indeterminato nella pubblica amministrazione.

A un attento esame sia della disposizione legislativa (articolo 20 del d.lgs n. 75/2017) che della circolare attuativa non può sfuggire che le cose non stanno proprio così, perché di suo, in termini di risorse finanziarie, il governo non ci ha messo praticamente nulla, scaricando i relativi oneri per intero sui singoli enti che, però, potranno solo assicurare la stabilizzazione a quei dipendenti, in possesso dei requisiti richiesti dalla legge, i cui costi gravano già sui fondi ordinari degli stessi enti.

Per quanti, come negli enti di ricerca, pur in servizio da anni, vengono retribuiti con fondi esterni, provenienti da progetti o convenzioni che, per loro natura, non assicurano entrate fisse e continuative, la situazione appare critica, dal momento che la legge impone che quando gli enti deliberano una o più stabilizzazioni “… devono essere in grado di sostenere a regime la relativa spesa di personale, previa certificazione della sussistenza delle correlate risorse finanziarie da parte dell'organo di controllo interno …”.

Ne consegue che, in assenza di un congruo aumento del fondo di finanziamento ordinario annuo da parte del governo o di una rigorosa e drastica spending review da parte dei singoli enti, la mancanza o l’insufficienza di risorse durature nel tempo rischia di vanificare le speranze di stabilizzazione di tanti precari, soprattutto di quelli oggi retribuiti su fondi esterni.

Questo particolare, tutt’altro che trascurabile, deve essere stato colto, anche se con ritardo, da un gruppo di senatori del Pd che, due giorni fa, ha ottenuto in Commissione disco verde a un emendamento (n. 57.031) al disegno di legge di bilancio, che stanzia, per la trasformazione di contratti a tempo indeterminato di ricercatori e tecnologi - da effettuarsi con le modalità previste dal citato art. 20 del d.lgs. 75/2017 - 10 milioni per il 2018 e 50 milioni di euro dal 2019, risorse alle quali gli enti di ricerca, che risulteranno destinatari di una quota parte del finanziamento, dovranno aggiungere dalle loro casse un ulteriore 50%.

In virtù di tale risultato, i fondi per le stabilizzazioni da parte degli Epr saranno complessivamente pari a 15 milioni, per il 2018, e a 75 milioni, per il 2019, che consentiranno - tenuto conto che al personale che verrà stabilizzato dovrà essere riconosciuta tutta l’anzianità di servizio già maturata con i contratti a termine - di trasformare poco più di 300 contratti a tempo indeterminato, per il 2018, e poco più di 1500, per l’anno successivo. In totale, meno di 2000, a fronte di una platea di aspiranti alla stabilizzazione che solo al Cnr supera le 4500 unità, la stragrande maggioranza dei quali con oneri su fondi esterni.

L’emendamento, dunque, si appalesa del tutto insufficiente per risolvere una volta per tutte quella che ormai viene definita la piaga del precariato, e stride fortemente con altri provvedimenti che nel disegno di legge di bilancio hanno trovato ingresso ed ingenti risorse: ogni sorta di bonus con finalità elettorali, senza alcun impatto né sull’occupazione né sull’economia.

Più che giustificata appare, dunque, la reazione negativa dei lavoratori precari della ricerca, la cui forte protesta si è ormai estesa su tutto il territorio nazionale.

Lo stsso emendamento, infine, prevede uno stanziamento ad hoc per le stabilizzazioni da parte del Crea (Consiglio per la ricerca in agricoltura e l'analisi dell'economia agraria), al quale andranno 10 milioni di euro per il 2018, 15 milioni di euro per il 2019 e 20 milioni di euro a decorrere dal 2020.

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