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Lunedì, 04 Mag 2026

In un articolo della scorsa settimana apparso su un grande giornale nazionale, ci si meraviglia dell’esistenza di concorsi universitari ai quali si presenta un solo candidato.

Il fenomeno non sarebbe circoscritto a qualche specifica area geografica, ma investirebbe tutta la penisola, visto che casi di un unico candidato, poi vincitore, si sarebbero verificati in diversi atenei, da Torino a Pisa, da Padova a Pavia, ecc.

Con il famoso “cave a consequentiariis”, già i romani invitavano, date certe premesse, a diffidare dal trarre troppo facili conclusioni. Così, in casi come questi, dalla presenza di un solo candidato non consegue necessariamente che il medesimo sia di poco valore. Mentre non è un’arbitraria inferenza dedurre che, rebus sic stantibus, di certo negli atenei non si sta favorendo la competitività, risultato che è tutto l’opposto dell’obiettivo che si era proposto la riforma Gelmini.

A quel che si vede, non solo il nostro sistema, diversamente da quel che ci si attendeva, non attrae gli stranieri, ma sembra addirittura non incoraggiare nemmeno la partecipazione degli italiani.

Come si è detto prima, solo nell’anno che è passato, pare che in molti casi a rispondere ai bandi sia stato un solo candidato, che, inviati curriculum e titoli e sostenute le prove, ha vinto ed è andato a ricoprire un posto apparentemente non ambito da nessun altro.

Stando all’articolo richiamato all’inizio, di questi eventi vengono date spiegazioni diametralmente opposte, a seconda che a interpretarli siano chiamati docenti già stabilizzati o precari aspiranti ricercatori.

Per i primi, premesso che non tutti debbono partecipare a  tutti i concorsi, pena l’ingestibilità del sistema, è ben possibile che ciascun ateneo costruisca un profilo personale che si adatti il più possibile al tipo di professionalità che si cerca, sicché tali circostanze riducono notevolmente il numero di partecipanti alla selezione.

Stando ai secondi, invece, tutti i bandi verrebbero concepiti come predestinati a un vincitore, che risulta poi tale nel 99% dei casi, anche se a partecipare sono più candidati. Certamente, quando c’è un solo candidato tutto è più facile, dato che la commissione, non dovendo fare comparazioni di sorta, lavora di meno.

In realtà, i concorsi “monocandidato” non sono una novità, ma ci sono sempre stati.

Personalmente - ma la mia è un’esperienza tutta precedente alla riforma Gelmini - ho sempre partecipato a concorsi con pochissimi candidati (uno o due in più dei posti a concorso), nei quali, ho scoperto strada facendo, si sapeva già chi avrebbe vinto e i candidati non “predestinati” partecipavano soltanto, almeno così mi dicevano, per conseguire un giudizio positivo, da spendere poi nel concorso ”bandito per loro”.

Diversamente dall’impressione che ne ebbi allora, col senno di poi debbo quasi essere grato a un “predestinato”, poi vincitore, che, accortosi di quanto fossi sprovveduto, mentre anch’io facevo le prove del “suo” concorso, senza tanti giri di parole mi disse che stavo partecipando inutilmente, tanto il vincitore era lui. Anzi, visto che c’era, mi invitò anche a non fare domanda per altri concorsi dei quali erano già noti i vincitori. Di questi mi disse i nomi, che io annotai con dovizia certosina, e non ne sbagliò nemmeno uno.

Stando a quel che leggo, sembra che non sia cambiato granché.

Spero comunque di aver chiarito il mistero del candidato unico: se si sa già chi vince, inutile partecipare. Meraviglia semmai che qualcuno riesca ancora a provare meraviglia.

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