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Venerdì, 13 Mar 2026

di Flavia Scotti

Nell'ultimo "Rapporto annuale sulla situazione del Paese", l'Istat prova a descrivere cosa è successo negli ultimi anni in tema di conti pubblici: "Per tre anni consecutivi l'indebitamento netto supera la soglia imposta dalle regole europee, facendo scattare nel 2005 la procedura per deficit eccessivi contro il nostro Paese".

A parte il fatto che  lo sforamento durò dal 2001 al 2006 e non 3 anni, l'affermazione sembra voler mettere una pietra sopra a tutto ciò che accadde in quel periodo. Il 1° marzo 2002, dopo la visita notturna a via Depretis dell'allora Ragioniere Generale dello Stato Monorchio (cfr. L'espresso n. 3 del 16 gennaio 2003), l'Istat, infatti, dichiarò che il rapporto tra indebitamento netto e Pil nel 2001 era stato di -1,4%.

Il dato, altamente improbabile, fu successivamente rivisto fino ad essere definitivamente fissato in -3,1%.

Si trattò di un abbaglio clamoroso degli esperti dell'Istat? Difficile crederlo, dato che gli autori materiali hanno continuato e continuano a rivestire incarichi dirigenziali nell'Istituto di statistica e l'allora presidente Biggeri fu riconfermato per altri quattro anni.

Dopo la denuncia solitaria di Usi-Ricerca, tutti tacquero. A partire da Eurostat, che doveva vigilare.

Neppure Enrico Giovannini, allora direttore delle statistiche dell'Ocse e oggi presidente dell'Istat, trovò nulla da ridire.

Secondo la versione più accreditata dei fatti, quella notte prevalse la ragion di Stato, perché se l'Italia, nonostante le dichiarazioni rassicuranti rilasciate dall'allora ministro dell'Economia Tremonti, avesse sforato la soglia del 3% sarebbe scattata da subito la procedura di infrazione per deficit eccessivo da parte della Commissione europea.

La storia continuò anche negli anni successivi. In prima battuta, secondo l'Istat, il rapporto deficit/Pil del 2002 era -2,3%, ma poi è stato rivisto in -3,1%. Nel 2003 si passò da -2,4% a -3,6% e nel 2004 da -3% a -3,5%, scatenando le ire di Almunia, che pretese l'immediata revisione del dato ed aprì nel 2005 la procedura di infrazione nei confronti dell'Italia.

Troppo tardi, perché nel frattempo Berlusconi era riuscito a negoziare con i partner europei un ammorbidimento delle condizioni di rientro poi assolte dal governo Prodi.

Oggi possiamo tranquillamente affermare che, se l'allarme sui conti pubblici fosse stato lanciato tempestivamente, la situazione non sarebbe degenerata fino alle condizioni attuali.

E allora l'Istat, se realmente accettò le pressioni del Ministero dell'Economia rinunciando alla propria autonomia e indipendenza, si piegò alla ragion di Stato o piuttosto alla ragion di Governo?

Con la  sistematica sottovalutazione del deficit ripetuta nei primi anni di questo secolo, tutelò l'interesse generale del Paese o quello particolare della compagine governativa guidata da Berlusconi, che continuò allegramente ad aumentare la spesa pubblica senza che i cittadini ne trassero alcun giovamento?

Come sarebbero oggi i conti pubblici italiani se l'Istat, assolvendo al suo alto compito istituzionale, avesse fornito fin da subito i numeri effettivi?

Domande inquietanti, alle quali con un colpo di spugna revisionista e contando sulla memoria corta degli attori istituzionali, si vorrebbe continuare a non rispondere.

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